V per vendetta

Quando i vostri amici vi annunciano l’imminente nascita di un primogenito, voi vi sedete e cominciate ad aspettare insieme a loro.

Aspettate di vederli sbattere come le falene contro la luce durante quelle cene interminabili in cui il culo sulla sedia lo appoggeranno a intermittenza come se la seduta mandasse scariche a 220 Volt e alla fine vi supplicheranno di accendere il televisore su Rai Yoyo; e aspetterete di sentirli parlare di vacanze in villaggio con mini club, buffet compreso colazione, pranzo e cena; e chiederete distrattamente cosa ne è stato poi di quel progetto di pernottare due settimane al campo base dell’Annapurna per vedere le stelle ubriachi di latte di yak. E ancora domanderete mollemente se hanno visto l’ultimo Eastwood, che poi non ne farà più eeeeeh, bisogna vederlo asssssolutamente!

Perchè di un’eventuale resurrezione dei giusti a voi non ve ne frega un cazzo. Voi la vostra vendetta la volete in questa vita.

Queen of clean

Figlia#1 è alle prese con i compiti.

Scrivi il soggetto negli appositi spazi:

………………… giocano e ridono.

“I bambini!” esclama senza nemmeno pensarci.

………………. riordina e pulisce.

Mdm esulta, finalmente ha trovato un esercizio sessista e retrogrado e avrà qualcosa da scrivere sul blog, perché adesso figlia#1 scriverà “mamma” e allora sì che farà denuncia sociale, ma chi l’ha scritto questo libro Adinolfi? e invece il papà cosa fa, si mette la cravatta e va in ufficio scommette, anni di lotte e guardala qui l’equità che si infrange sull’esercizio di un sussidiario di terza elementare, come uno scoglio che argina il mare.

Invece:

“Io!” esclama la piccola bugiarda.

“Tu? Aver buttato una volta la carta della caramella nella spazzatura senza che ti venisse richiesto almeno 3 volte non fa di te una riordinatrice seriale e comunque non concorda con il tempo verbale!”

“Anna!” prosegue spietata, nominando la signora che viene ad aiutarci in casa.

“Sì ma non la conoscono, mica puoi scrivere un nome proprio!” supplica a questo punto mdm.

“Allora ci sono: impresa di pulizie!”

“Ma non ci sta!” risponde mdm piccata e offesa dalla totale assenza di considerazione.

L’accordo viene raggiunto sulla parola colf, che suonerà forse un po’ snob ma è corto e, soprattutto, indica correttamente la professione che svolge i compiti di riordino e pulizia.

Terremo il soggetto mamma nel caso in cui dovessimo imbatterci nella frase

………….. parte per un viaggio di lavoro e guarda Netflix.

Esmeralda

Mdm scopre con raccappriccio durante una chiacchierata tra mamme che per il saggio di danza è prevista la produzione di un costume per le erinni. Il tema è gitane di Notre Dame di Paris. A mdm viene subito in mente una zingara un po’ zoccola. Così, mentre inanella una serie di idee grottesche o irrealizzabili viste le scarse capacità sartoriali del gruppo, schivato il vaffanculo lanciato alla mammabene che ha già prodotto un manufatto perfettamente aderente alle richieste, improvvisamente la svolta arriva dalla suocera russa di una delle mamme che timidamente si propone:

“Vado in campo rom e chiedo a zingari!”

Da danza è tutto, vi faremo sapere.

Escursioni

Come ti guarda tua figlia quando la recuperi da scuola e la trovi vestita come al mattino, solo che nel frattempo la temperatura è salita di 25 gradi. Non stupirti poi, quando diventerà una paladina del surriscaldamento globale! #climatechange

3100

Non è il numero di partecipanti all’ultimo concerto di Nek, ma quello delle donne uccise da uomini dal 2000 (lo so, c’è chi tra le due ipotesi preferirebbe comunque far parte del secondo gruppo ma non conta come festa vera e propria).

Qualcuno vorrebbe convincerci che il patriarcato, con quel sapore acidulo di rigurgito dovuto al panzerotto fritto che nemmeno ti ricordi di aver mangiato anni fa ma che hai sempre avuto in bocca nonostante le mentine, sia meglio di come ce lo ricordiamo, di come ce lo hanno raccontato le nostre mamme, le nostre nonne. Nasciamo tutte con la gastrite.

Siamo una minoranza maggioritaria:

puoi trovarci nelle cucine, nelle lavanderie,

nei mercati, meno nei consigli di amministrazione e in generale ai vertici. Quello che ci separa dal successo non è solo lo studio, la perserveranza, l’ambizione e il sacrificio, è anche il bucato, preparare la cena, gestire i figli,

che poi cos’è questo successo, a che serve la carriera, quando puoi avere la soddisfazione di dire che come le stiri tu le camicie nessuno mai! E come farebbero senza te, che curi il nido e consenti loro di avere la serenità e lo slancio necessario per inseguire il proprio di successo, liberandoli dalle incombenze terrene quotidiane!

“Avete voluto la parità?” e quindi vi beccate questa roba qua, potete (a volte dovete!) lavorare per contribuire economicamente ma non potete abdicare a tutti gli altri doveri che avete sempre avuto, una Cenerentola operaia cocainomane insomma, roba da rimpiangere i secoli scorsi quando almeno eravate mantenute. Se poi un Uomo, bontà sua, decidesse di contribuire al mènage in modo atipico, cambiando pannolini, cucinando o addirittura stirando, ecco che un coro ammirato si solleverebbe per idolatrarlo e, spiace sentirlo, ma spesso le coriste sono donne.

In questo clima progressista c’è chi non si vergogna di mettere in discussione alcuni diritti fondamentali conquistati con anni di lotte: divorzio, aborto, ruolo sociale, parità salariale (ah no, scusate). Lasciamoli fare e arriveranno al diritto di voto, ci sentiremmo anche parzialmente sollevate vista la recente penuria di buone idee ma no, non ci starebbero facendo un favore.

Allora facciamo così: se proprio volete vietare l’aborto va bene ma dateci lo screening dell’intenzione di voto neonatale, almeno all’annuncio

“Signora ha partorito un leghista!”

potremo rispondere

“Datelo in adozione!”

Qualcosa però si può fare per cominciare a cambiare, ritroviamoci solidali tra noi, smettiamo di aderire al modello maschile giudicandoci se ce ne scolliamo, nessun uomo sarà mai feroce come una donna che critica una donna, spesso per le stesse cose che combatte in prima persona: cellulite e ricrescita. E se una ha fatto carriera ed è una bella donna l’ha data sicuramente a qualcuno, e se un uomo sposato ha l’amante la poco di buono è lei, e così via. Avete mai sentito un uomo porsi così nei confronti degli altri uomini? No! Perché non è così che si fa lobby!

Fino a quando avremo bisogno di un giorno che ci festeggi è perché in realtà ci stanno facendo la festa. Cominciamo a divertirci.

Perché Sanremo è Sanremo

Avete provato a scacciare il pensiero, a rimandare il momento ma, se siete dotate di un senso qualsiasi, perché perfino con l’olfatto potreste arrivare a fiutare il profluvio di aromi di fiori recisi per l’occasione, e non siete le vicine di casa del nonno di Heidi, ormai sapete che in questi giorni c’è Sanremo.

Accodiamoci quindi, inebriate dal profumo delle camelie, al coro dei commentatori da passeggio che in maniera assolutamente gratuita e improfessionale imperversa in queste ore.

La prima domanda che si è posta mdm, relativa alla scenografia dell’Ariston, è stata se avesseo dotato gli spettatori di quelle prime file mobili di Xamamina e sacchetti per il vomito, dato che il continuo spostamento fluttuante avrà causato loro il mal di mare, ed è rimasta sempre con la sottile paura che qualcuno rimettesse sulla giacca bianca della Turci o sul candido vestito papale di Arisa.

Al netto dell’ansia quindi, e anche delle copiose stecche sparpagliate urbi et orbi, dopo essersi sciolta in lacrime ripetutamente con brani imprevedibili (sarà la fase ormonale del ciclo), ha deciso di assegnare il premio della critica di merda a… Daniele Silvestri, con “argento vivo”, accompagnato dal rapper Rancore, che non si capisce come mai non venga citato come co-cantante, ma l’ipotesi più accreditata è che

“canta Silvestri con Rancore!” non suonava bene,

“insomma se Silvestri ce l’ha col festival che non ci venga” avrebbe pensato Baglioni, sarebbe stata la zappa sui piedi in partenza.

Il testo di Argento Vivo è un capolavoro di empatia e immedesimazione e racconta i sentimenti che attraversano i nostri bambini troppo vivaci, cercando di spiegare le cause di certe rabbie adolescenziali. Molto montessoriano, ci piace, 10!

Sentitevi libere di esprimere il vostro parere sulla kermesse, come tanti piccoli umarell!

#sanremo2019 #danielesilvestri #premiononrichiestodellacritica

L’influenza

Il lunedì di rientro a scuola, dopo due settimane di 41bis dovute all’influenza. Non tua. Tu non ti ammali mai, al limite una febbriciattola, un po’ di mal di gola, ma a letto col febbrone non ti capita da anni, è diventato il tuo sogno proibito, ammalarti e passare la giornata a letto, accudita e coccolata (se sogno dev’essere che sia in grande!).

Influenza, I miss you!

La mamma di Youssef

Questo giovedì gnocca lo dedichiamo alla mamma di Youssef, compagno di classe di #figlianumero1, una donna coraggiosissima, che ridimensiona le nostre prodezze quotidiane a meri esercizi di stile.

“Mamma, a scuola Youssef ci ha raccontato di come è arrivata in Italia sua mamma dal Marocco. C’erano dei cattivi che la inseguivano e l’hanno ferita a una gamba, allora un signore l’ha presa in spalle e l’ha portata fino al barcone e sono riusciti a scappare”

“Che storia incredibile amore, mentre nomale che è riuscita ad arrivare in Italia!” rispondo ricacciando con forza indietro le lacrime che sento spuntare al pensiero di Youssef, quel bambino dolcissimo, il primo della classe, mentre emozionato e fiero racconta la storia della sua mamma ai compagni.

“E tu, mamma, cosa avresti fatto se fossi stata al suo posto?”

Tutto quello che c’è da capire, che c’è da chiedere sulla questione dei migranti è racchiuso in questa domanda ingenua e pura che mi viene fatta da una bambina di 8 anni.

“Se fossi stata io in pericolo nel mio paese avrei fatto tutto il possibile per cercare un futuro migliore, amore”

“Eh sì mamma, anche perché altrimenti non ci sarebbe Youssef!”

Menomale che c’è Youssef e che ci sei tu. Menomale che ci sono i tuoi compagni di classe, menomale che esistete voi bambini, avete un compito arduo ma non impossibile visto che state già crescendo in quel futuro multietnico che immaginavamo, in cui non fate caso al colore della pelle, in cui siete affascinati dalle origini degli altri bambini e non ne fate mai un motivo di discriminazione, perché il razzismo e la xenofobia in voi semplicemente non esistono.

Menomale che Youssef ti ha raccontato la storia della sua mamma coraggiosa e che tu l’hai raccontata a me, avevo bisogno di emozioni forti per colazione.

Ora sono sveglissima.

Lettera di una di noi

Torna a sorpresa il Giovedì Gnocca, oggi in una veste speciale.

Mammadimerda è una pagina che nasce per smitizzare la figura della mamma perfetta, per spogliarla della sacralità a doppio taglio conferita a questo ruolo, che c’è un solo modo di santificare: dando sostegno e aiutando in modo pratico.

Lo spirito di questa pagina è incredibilmente entrato in sintonia al momento con 20.000 persone nel giro di poco tempo, il che dimostra che esiste una base. Dai vostri commenti si evince non solo che viene compresa l’ironia che permea ogni post, ma il sottotesto spesso è proprio la grande pressione psicologica a cui viene sottoposta la madre. Altre volte purtroppo abbiamo ricevuto commenti molto duri e gravi, soprattutto perchè provenienti da altre donne, come, tra i più comuni, “Non ve li meritate i figli”. Abbiamo sempre risposto interponendoci con ironia o in tono canzonatorio; ma ricordiamo che dietro ogni profilo c’è una persona, dietro ogni persona c’è un universo di cui non conosciamo nulla, soprattutto le condizioni in cui versa. Ci auguriamo di non leggere più giudizi e anatemi sulle altrui esperienze, un po’ ovunque ma a maggior ragione su questa pagina.

Alleghiamo la lettera che questa notte una mamma intelligente e sensibile ci ha scritto, chiedendo che fosse pubblicata. Noi siamo con lei. Come deve essere.

Ciao MdM. Non so perché, non so come mi è venuta tutta questa voglia di parlare, ma c’è, e vorrei tirarla fuori. Mio figlio è “capitato”. Non l’ho presa bene, affatto. Ho sofferto tanto inizialmente, ma qualcosa mi diceva “tienilo, tienilo, è tutto quello che hai”. Decido di seguire il mio cuore. Lotto tanto per questa gravidanza, e quando finalmente nasce…buio. In ospedale è tutto tanto ovattato, non mi rendo bene conto. Torno a casa, sono sola con lui. Scoppio in lacrime. È tranquillo, non avrei niente di cui lamentarmi, ma piango disperatamente, ogni giorno. Lo sento piangere e mi ci vuole sempre di più per alzarmi e coccolarlo. Mi accuccio davanti alla porta chiusa della sua cameretta e sbatto la testa, perché mi sento sola. Non so più chi sono. Non so se amo questo bambino. A volte lo sento morbosamente mio, nessuno lo può toccare. Altre volte lo guardo piangere senza emozioni. Dormo il più possibile, mi addormento dappertutto, nonostante di notte io dorma senza interruzioni perché il bimbo è un dormiglione. Mi isolo da tutti, ma posto tante belle foto e tante belle cose perché mi vergogno di quello che provo, o non provo, per mio figlio. Ho bisogno che tutti pensino che lo amo alla follia da sempre. Maggiormente, ho bisogno di saperlo io. Perché io non lo so, se la mia voglia di staccare sia lecita. Se la mia voglia di tornare indietro possa coesistere con l’amore materno di cui tutte parlano. Cerco su Google come si ama un figlio. All’improvviso, non lo sa più nessuno. Perdo tutti, perdo tutto, e mi sembra una tragedia, finché non mi rendo conto di aver perso me, totalmente. Mi rendo conto che tutto il tempo passato a cercare di sembrare normale, mi stava mangiando dentro. Inizio a chiedere aiuto, ma mi sento giudicata, masticata e risputata al mondo. Mi chiudo sempre di più, mando tanto, troppo spesso mio figlio dai nonni, lontano da me, dove non posso guardarlo senza volermi suicidare per il senso di colpa. Ma mi manca. Mi manca da morire. Lui non parla ancora bene quando me lo riprendo e in un pianto disperato, quasi urlato, lo stringo a me più forte che posso, e gli dico che la sua mamma ce la farà. Sarebbe cool dire che ce l’ho fatta tutta da sola, ma non è così. Sarà poco femminista, ma senza l’uomo che mi ha raccolta da un angolo come un gattino, io, forse, mi sarei davvero tolta la vita, a quel punto. Mi ha presa, mi ha lasciata parlare, senza nessun filtro, di tutto, e non ha battuto ciglio. Non ha detto nulla. Non una parola. Ed era questo, di cui avevo bisogno. Dire “io me la sto facendo sotto e non so minimamente cosa sto facendo” senza paura di ricevere occhiatacce, giudizi, o consigli fuori luogo. Tirare fuori tutta la bile che mi stava consumando, sapendo che non me l’avrebbero rigettata addosso. Io, mio figlio, l’ho sempre, sempre, sempre amato. Non un solo secondo non è stato così. Avevo solo bisogno di ritrovare il mio diritto di piangere, essere stanca, e non sapere bene cosa fare. Grazie, meraviglioso amore mio, per questa rinascita. Per questa leggerezza. Per questa vita che mi hai ridato. E grazie, bambino mio, per non avermi mai lasciato la manina, nemmeno quando mi giravo dall’altra parte.

Di calze e befane

Memorandum per la notte dell’epifania:

1) non mangiate adesso tutti i dolci, lasciatene un po’ per riempire la calza. Il resto lo divorerete domani.

2) ricordatevi di appendere un calzino pulito. Sicuramente non avrete passato gli ultimi giorni preparando un manufatto artigianale personalizzato come quello in foto, ma almeno l’igiene!

3) fate lasciare dai bambini per l’allegra vecchina un bel bicchiere di vino, una scusa in più per bere un goccio.

4) non addormentatevi prima di aver riempito la calza, pena una sveglia tremenda con corsa alla Bolt domani mattina per ovviare alla dimenticanza o, nel caso peggiore, IL trauma, “la Befana non è passata mamma perchè????”