Perché Sanremo è Sanremo

Avete provato a scacciare il pensiero, a rimandare il momento ma, se siete dotate di un senso qualsiasi, perché perfino con l’olfatto potreste arrivare a fiutare il profluvio di aromi di fiori recisi per l’occasione, e non siete le vicine di casa del nonno di Heidi, ormai sapete che in questi giorni c’è Sanremo.

Accodiamoci quindi, inebriate dal profumo delle camelie, al coro dei commentatori da passeggio che in maniera assolutamente gratuita e improfessionale imperversa in queste ore.

La prima domanda che si è posta mdm, relativa alla scenografia dell’Ariston, è stata se avesseo dotato gli spettatori di quelle prime file mobili di Xamamina e sacchetti per il vomito, dato che il continuo spostamento fluttuante avrà causato loro il mal di mare, ed è rimasta sempre con la sottile paura che qualcuno rimettesse sulla giacca bianca della Turci o sul candido vestito papale di Arisa.

Al netto dell’ansia quindi, e anche delle copiose stecche sparpagliate urbi et orbi, dopo essersi sciolta in lacrime ripetutamente con brani imprevedibili (sarà la fase ormonale del ciclo), ha deciso di assegnare il premio della critica di merda a… Daniele Silvestri, con “argento vivo”, accompagnato dal rapper Rancore, che non si capisce come mai non venga citato come co-cantante, ma l’ipotesi più accreditata è che

“canta Silvestri con Rancore!” non suonava bene,

“insomma se Silvestri ce l’ha col festival che non ci venga” avrebbe pensato Baglioni, sarebbe stata la zappa sui piedi in partenza.

Il testo di Argento Vivo è un capolavoro di empatia e immedesimazione e racconta i sentimenti che attraversano i nostri bambini troppo vivaci, cercando di spiegare le cause di certe rabbie adolescenziali. Molto montessoriano, ci piace, 10!

Sentitevi libere di esprimere il vostro parere sulla kermesse, come tanti piccoli umarell!

#sanremo2019 #danielesilvestri #premiononrichiestodellacritica

L’influenza

Il lunedì di rientro a scuola, dopo due settimane di 41bis dovute all’influenza. Non tua. Tu non ti ammali mai, al limite una febbriciattola, un po’ di mal di gola, ma a letto col febbrone non ti capita da anni, è diventato il tuo sogno proibito, ammalarti e passare la giornata a letto, accudita e coccolata (se sogno dev’essere che sia in grande!).

Influenza, I miss you!

La mamma di Youssef

Questo giovedì gnocca lo dedichiamo alla mamma di Youssef, compagno di classe di #figlianumero1, una donna coraggiosissima, che ridimensiona le nostre prodezze quotidiane a meri esercizi di stile.

“Mamma, a scuola Youssef ci ha raccontato di come è arrivata in Italia sua mamma dal Marocco. C’erano dei cattivi che la inseguivano e l’hanno ferita a una gamba, allora un signore l’ha presa in spalle e l’ha portata fino al barcone e sono riusciti a scappare”

“Che storia incredibile amore, mentre nomale che è riuscita ad arrivare in Italia!” rispondo ricacciando con forza indietro le lacrime che sento spuntare al pensiero di Youssef, quel bambino dolcissimo, il primo della classe, mentre emozionato e fiero racconta la storia della sua mamma ai compagni.

“E tu, mamma, cosa avresti fatto se fossi stata al suo posto?”

Tutto quello che c’è da capire, che c’è da chiedere sulla questione dei migranti è racchiuso in questa domanda ingenua e pura che mi viene fatta da una bambina di 8 anni.

“Se fossi stata io in pericolo nel mio paese avrei fatto tutto il possibile per cercare un futuro migliore, amore”

“Eh sì mamma, anche perché altrimenti non ci sarebbe Youssef!”

Menomale che c’è Youssef e che ci sei tu. Menomale che ci sono i tuoi compagni di classe, menomale che esistete voi bambini, avete un compito arduo ma non impossibile visto che state già crescendo in quel futuro multietnico che immaginavamo, in cui non fate caso al colore della pelle, in cui siete affascinati dalle origini degli altri bambini e non ne fate mai un motivo di discriminazione, perché il razzismo e la xenofobia in voi semplicemente non esistono.

Menomale che Youssef ti ha raccontato la storia della sua mamma coraggiosa e che tu l’hai raccontata a me, avevo bisogno di emozioni forti per colazione.

Ora sono sveglissima.

Lettera di una di noi

Torna a sorpresa il Giovedì Gnocca, oggi in una veste speciale.

Mammadimerda è una pagina che nasce per smitizzare la figura della mamma perfetta, per spogliarla della sacralità a doppio taglio conferita a questo ruolo, che c’è un solo modo di santificare: dando sostegno e aiutando in modo pratico.

Lo spirito di questa pagina è incredibilmente entrato in sintonia al momento con 20.000 persone nel giro di poco tempo, il che dimostra che esiste una base. Dai vostri commenti si evince non solo che viene compresa l’ironia che permea ogni post, ma il sottotesto spesso è proprio la grande pressione psicologica a cui viene sottoposta la madre. Altre volte purtroppo abbiamo ricevuto commenti molto duri e gravi, soprattutto perchè provenienti da altre donne, come, tra i più comuni, “Non ve li meritate i figli”. Abbiamo sempre risposto interponendoci con ironia o in tono canzonatorio; ma ricordiamo che dietro ogni profilo c’è una persona, dietro ogni persona c’è un universo di cui non conosciamo nulla, soprattutto le condizioni in cui versa. Ci auguriamo di non leggere più giudizi e anatemi sulle altrui esperienze, un po’ ovunque ma a maggior ragione su questa pagina.

Alleghiamo la lettera che questa notte una mamma intelligente e sensibile ci ha scritto, chiedendo che fosse pubblicata. Noi siamo con lei. Come deve essere.

Ciao MdM. Non so perché, non so come mi è venuta tutta questa voglia di parlare, ma c’è, e vorrei tirarla fuori. Mio figlio è “capitato”. Non l’ho presa bene, affatto. Ho sofferto tanto inizialmente, ma qualcosa mi diceva “tienilo, tienilo, è tutto quello che hai”. Decido di seguire il mio cuore. Lotto tanto per questa gravidanza, e quando finalmente nasce…buio. In ospedale è tutto tanto ovattato, non mi rendo bene conto. Torno a casa, sono sola con lui. Scoppio in lacrime. È tranquillo, non avrei niente di cui lamentarmi, ma piango disperatamente, ogni giorno. Lo sento piangere e mi ci vuole sempre di più per alzarmi e coccolarlo. Mi accuccio davanti alla porta chiusa della sua cameretta e sbatto la testa, perché mi sento sola. Non so più chi sono. Non so se amo questo bambino. A volte lo sento morbosamente mio, nessuno lo può toccare. Altre volte lo guardo piangere senza emozioni. Dormo il più possibile, mi addormento dappertutto, nonostante di notte io dorma senza interruzioni perché il bimbo è un dormiglione. Mi isolo da tutti, ma posto tante belle foto e tante belle cose perché mi vergogno di quello che provo, o non provo, per mio figlio. Ho bisogno che tutti pensino che lo amo alla follia da sempre. Maggiormente, ho bisogno di saperlo io. Perché io non lo so, se la mia voglia di staccare sia lecita. Se la mia voglia di tornare indietro possa coesistere con l’amore materno di cui tutte parlano. Cerco su Google come si ama un figlio. All’improvviso, non lo sa più nessuno. Perdo tutti, perdo tutto, e mi sembra una tragedia, finché non mi rendo conto di aver perso me, totalmente. Mi rendo conto che tutto il tempo passato a cercare di sembrare normale, mi stava mangiando dentro. Inizio a chiedere aiuto, ma mi sento giudicata, masticata e risputata al mondo. Mi chiudo sempre di più, mando tanto, troppo spesso mio figlio dai nonni, lontano da me, dove non posso guardarlo senza volermi suicidare per il senso di colpa. Ma mi manca. Mi manca da morire. Lui non parla ancora bene quando me lo riprendo e in un pianto disperato, quasi urlato, lo stringo a me più forte che posso, e gli dico che la sua mamma ce la farà. Sarebbe cool dire che ce l’ho fatta tutta da sola, ma non è così. Sarà poco femminista, ma senza l’uomo che mi ha raccolta da un angolo come un gattino, io, forse, mi sarei davvero tolta la vita, a quel punto. Mi ha presa, mi ha lasciata parlare, senza nessun filtro, di tutto, e non ha battuto ciglio. Non ha detto nulla. Non una parola. Ed era questo, di cui avevo bisogno. Dire “io me la sto facendo sotto e non so minimamente cosa sto facendo” senza paura di ricevere occhiatacce, giudizi, o consigli fuori luogo. Tirare fuori tutta la bile che mi stava consumando, sapendo che non me l’avrebbero rigettata addosso. Io, mio figlio, l’ho sempre, sempre, sempre amato. Non un solo secondo non è stato così. Avevo solo bisogno di ritrovare il mio diritto di piangere, essere stanca, e non sapere bene cosa fare. Grazie, meraviglioso amore mio, per questa rinascita. Per questa leggerezza. Per questa vita che mi hai ridato. E grazie, bambino mio, per non avermi mai lasciato la manina, nemmeno quando mi giravo dall’altra parte.

Di calze e befane

Memorandum per la notte dell’epifania:

1) non mangiate adesso tutti i dolci, lasciatene un po’ per riempire la calza. Il resto lo divorerete domani.

2) ricordatevi di appendere un calzino pulito. Sicuramente non avrete passato gli ultimi giorni preparando un manufatto artigianale personalizzato come quello in foto, ma almeno l’igiene!

3) fate lasciare dai bambini per l’allegra vecchina un bel bicchiere di vino, una scusa in più per bere un goccio.

4) non addormentatevi prima di aver riempito la calza, pena una sveglia tremenda con corsa alla Bolt domani mattina per ovviare alla dimenticanza o, nel caso peggiore, IL trauma, “la Befana non è passata mamma perchè????”

Eroine moderne

La festa dell’asilo e quella della scuola, il coro dell’orientamento e quello del corso, il saggio di danza, la lezione aperta della danza fatta a scuola, la lezione aperta del corso di muse (nonostante le plurime lezioni aperte annuali non ho ancora capito cosa sia) fatto a scuola, la lezione aperta del corso di judo, la merenda con i genitori dell’istituto. Tutto moltiplicato per due.

A seconda del vostro grado di mammadimerdismo siete autorizzate a bucare da 1 a 5 eventi, l’alternativa per le mammebene è prendere l’intero mese di ferie perché diciamocelo, Dicembre non è un mese di festeggiamenti, è un rapimento! Se avete una sorella gemella o un clone siete salve per metà, se delegate la babysitter o la nonna saltate un turno ma poi finite in prigione, mandarci il papà vi farà risparmiare qualche futura seduta dallo psicologo, non tutte.

Tenete duro mie prodi e impavide guerriere, siamo agli sgoccioli, e ricordate la prossima volta di chiedere a Babbo Natale il dono dell’ubiquità!

CARTOLINE DALLA FRANCIA

Quante volte abbiamo invocato un’ischemia transitoria dopo quarantacinque minuti al palo dell’altalena.

Ti volti in cerca di una seduta anche modesta, e ci trovi loro: le professioniste del parco giochi, creature leggendarie mezze donne mezze panchine.

Arrivi e loro ci sono, vai via e loro rimangono; non c’è stata una volta che arrivando non le trovassi già lì piazzate. Costoro sono generate e non create come Cristo, ci sono da sempre, da prima dei tempi. In realtà quella panchina neanche esiste senza di loro.

Chiedi alle altre sfigate a che ora del mattino bisogna presentarsi per prenotare un posto, ma tutte fuggono misteriosamente quando tocchi l’argomento. Non hai risposte, cominci a pensare che quella panca se la portino da casa.

Tua figlia al parco ti costringe all’addestramento dell’esercito israeliano, loro riescono a rimanere sedute per tutto il pomeriggio con delle tecniche segrete che stai cercando di carpire.

Sanno tutti i nomi dei bambini presenti e assenti, ne conoscono l’albero genealogico e possono risalire di sette generazioni; con uno sguardo solo e rapidissimo riescono a coprire l’intera area giochi e a localizzare la prole; non si alzano neanche se il figlio si spacca un braccio poiché egli è stato addestrato a piangere dentro; arbitrano le dispute.

L’alternativa alla panchina di merda del parco giochi finalmente ce la regala la Francia.

Merci beaucoup.

#mammadimerda #cartoline #parcogiochi

PILLOLA DEL DRAGONE #6

Cosa avrebbe scritto Hemingway se anzichè approdare a Cuba negli anni 50 fosse sbarcato ad Hainan nel 2018?

Ecco a voi una spregiudicata ipotesi della trama de:

Il cinese e il mare

“Il cinese arrivava alla spiaggia completamente vestito, come lo sareste voi in un freddo giorno di pioggia, con il suo ombrello aperto che sapeva di diffidenza e di rivendicazione etimologica del proprio nome, un enorme salvagente a forma di ciambella morsa, gonfio come la vita che cingeva.

I segnali erano chiari, egli odiava il mare, il sole e non sapeva nuotare.

Sfoderava il suo smartphone dal bavaglino di plastica trasparente appeso al collo e così conciato cominciava a immortalarsi in innumerevoli selfie, senza alcuna vergogna, come nemmeno un surfista californiano addominaluto avrebbe mai osato. Alternava una foto a uno sputo, con quella rincorsa gutturale tipica di chi necessita di raschiar via dalla gola fino all’ultima goccia di catarro il quale atterrava come un proiettile sulla sabbia, bolo verdognolo accanto ai suoi piedi, anch’essi avvolti da enormi ciabattoni fucsia in plastica morbida.

La spiaggia era vuota, in compenso il bagnasciuga e i primi metri dei tratti di mare delimitati da cordoni dove era consentito bagnarsi brulicavano di cinesi, tutti abbigliati in modo analogo. Nessuno si sdraiava sulla sabbia, rimanevano in piedi o al limite seduti in prossimità della riva.

Nessuno nuotava, ciononostante bagnini isterici ammonivano la folla in acqua a colpi di fischietto, lo scopo di tale trivellamento di timpani restava incompreso, così come avvolte nel mistero rimanevano le supposte capacità natatorie di questi simpatici figli di Eolo, sicuramente dotati di una buona capacità polmonare testimoniata dal continuo richiamo di Satana: FRIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!!!!!!!!!!!

Le attività prevalenti, oltre ai selfie, erano giri su banana boat, moto ad acqua, motoscafi e qualsiasi altro tipo di giostra marina fabbricabrividi e rubasoldi possibile.

Erano ottantaquattro giorni ormai che il cinese si recava alla spiaggia e non toccava l’acqua.”

A questo punto il nostro Ernest, profondamente frustrato dalla totale mancanza di spunti poetici, avrebbe abbandonato il progetto ripiegando sul cocktail bar di uno dei mille resort della costa e, dopo aver constatato l’impossibilità di ottenere un mojito decente, si sarebbe accontentato di uno “splitz”, preparato con alcolici di dubbio gusto ma giustamente arancioni.

Esattamente come Mammadimerda che, abbandonata ogni velleità di farsi una pacifica nuotata, ha un nuovo pensiero fisso, condiviso con pdm il quale ha un piano: buttare a mare il bagnino.

In questo modo potremo liberarci dall’orrido fischio e soprattutto rispondere alla curiosità che ci attanaglia: almeno lui, SA NUOTARE?

#ilcineseeilmare #hemingway #bestseller #inferno #hainan #cina #mammadimerda #mdm #travelwithkids

PILLOLA DEL DRAGONE #5

La pillola di oggi è all’insegna della divulgazione scientifica, da leggere rigorosamente con la voce di Alberto Angela; vi porterò infatti a Nanwan, conosciuta anche come “monkey island”, una riserva naturale popolata da circa 2000 macachi che si trova ad Hainan, isola tropicale a sud della Cina di fronte al Vietnam.

Un posto brulicante di scimmiette moleste specializzate in scassinamento di zaini e furto con destrezza da borsette con un solo scopo: trovare e rubare cibo. Sono anche piuttosto esigenti le stronze (scusa Alberto riprendo la scena), accettano di buon grado la frutta e si scannano per una nocciolina, ma se provi a rifilare loro un orrendo spaghetto finto italiano lo sminuzzano e te lo lanciano addosso, sdegnate.

Ancora da valutare se la causa di tale comportamento sia da ricercare nel nazionalismo sfrenato, sono pur sempre scimmie cinesi, o più probabilmente l’aggettivo orrendo è sufficientemente esplicativo del grado di schifo che può fare un piatto di spaghetti freddi, scotti, conditi con una melma marroncina non ben identificata concentrata al centro del piatto.

Vedete questo angelico ritratto di famiglia qui sotto? Mamma macaca e macachini? Dolci eh? Sbagliato! State guardando la regina delle mdm. Ragazze abbiamo solo da imparare!

Intenerita dalla dolcezza con la quale allattava e spulciava i piccoli, tanto da pensare di passarle anche le mie per un check pidocchi, decido di rischiare la mano per darle qualche nocciolina: la mamma macaca si avventa su di esse con una foga disdicevole per una signora scimmia, uno dei suoi piccoli riesce a sottrarne una alle sue grinfie e lei lo ribalta, letteralmente: lo morde, lo percuote, recupera la nocciolina e se la mangia.

Pensateci la prossima volta che starete prendendo l’aperitivo e uno dei vostri cuccioli comincerà a rompervi le palle!

#macacadimerda #mammadimerdaqueen #mammadimerda #pivelle #altroche #travelwithkids #noccioline #laperitivoèmio #esempivirtuosi

PILLOLA DEL DRAGONE #4

Volete sapere in quale figura di merda intercontinentale carpiata si è cimentata la vostra mdm?

La capa cinese di maritodimerda ha invitato me, “Mettigiùipiedi” e “Staiferma” a esplorare una grotta. Io, molto accondiscendente, anche se della grotta non potrebbe importarmi meno, “ah si, wow, la grotta, farà freddo, va bene, certo ci vestiremo in modo adatto, d’accordo”

Poi abbiamo parlato anche della piscina

“Ah si, certo, loro adorano nuotare, poi con questo caldo, wow, sì grazie”

Non so esattamente a che punto i neuroni portatori delle due informazioni si siano scontrati…

Indovinate come ci siamo presentate

all’appuntamento?

In costume da bagno, protezione 50, infradito e asciugamano, convinte di andare in piscina.

Elegantemente o sadicamente la capa cinese non ha commentato.

Dopo un’ora di auto mi assale un dubbio che mi gela il sangue, eppure il caschetto da minatore e gli scarponcini da montagna del figlio di lei avrebbero dovuto insospettirmi da tempo, ma questi cinesi sono così naive nel modo di vestire e io così rincoglionita che mi era sembrato tutto normale.

“M… maaaa…non stiamo andando in piscina?” Sbiascico vergognandomi.

“No alla grotta!”

5 gradi, pavimento scivoloso e bagnato, zaino in spalla con maschera e tubo, un telo mare sulle spalle, ma grazie cinesi per essere così strambi da non aver lasciato fossimo noi la medaglia d’argento della gara “peggior equipaggiamento per le grotte 2018”, dopo la squadra di calcio thailandese: ho visto una signora con i tacchi! Ce la giochiamo, vero?

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