Lettera di una di noi

Torna a sorpresa il Giovedì Gnocca, oggi in una veste speciale.

Mammadimerda è una pagina che nasce per smitizzare la figura della mamma perfetta, per spogliarla della sacralità a doppio taglio conferita a questo ruolo, che c’è un solo modo di santificare: dando sostegno e aiutando in modo pratico.

Lo spirito di questa pagina è incredibilmente entrato in sintonia al momento con 20.000 persone nel giro di poco tempo, il che dimostra che esiste una base. Dai vostri commenti si evince non solo che viene compresa l’ironia che permea ogni post, ma il sottotesto spesso è proprio la grande pressione psicologica a cui viene sottoposta la madre. Altre volte purtroppo abbiamo ricevuto commenti molto duri e gravi, soprattutto perchè provenienti da altre donne, come, tra i più comuni, “Non ve li meritate i figli”. Abbiamo sempre risposto interponendoci con ironia o in tono canzonatorio; ma ricordiamo che dietro ogni profilo c’è una persona, dietro ogni persona c’è un universo di cui non conosciamo nulla, soprattutto le condizioni in cui versa. Ci auguriamo di non leggere più giudizi e anatemi sulle altrui esperienze, un po’ ovunque ma a maggior ragione su questa pagina.

Alleghiamo la lettera che questa notte una mamma intelligente e sensibile ci ha scritto, chiedendo che fosse pubblicata. Noi siamo con lei. Come deve essere.

Ciao MdM. Non so perché, non so come mi è venuta tutta questa voglia di parlare, ma c’è, e vorrei tirarla fuori. Mio figlio è “capitato”. Non l’ho presa bene, affatto. Ho sofferto tanto inizialmente, ma qualcosa mi diceva “tienilo, tienilo, è tutto quello che hai”. Decido di seguire il mio cuore. Lotto tanto per questa gravidanza, e quando finalmente nasce…buio. In ospedale è tutto tanto ovattato, non mi rendo bene conto. Torno a casa, sono sola con lui. Scoppio in lacrime. È tranquillo, non avrei niente di cui lamentarmi, ma piango disperatamente, ogni giorno. Lo sento piangere e mi ci vuole sempre di più per alzarmi e coccolarlo. Mi accuccio davanti alla porta chiusa della sua cameretta e sbatto la testa, perché mi sento sola. Non so più chi sono. Non so se amo questo bambino. A volte lo sento morbosamente mio, nessuno lo può toccare. Altre volte lo guardo piangere senza emozioni. Dormo il più possibile, mi addormento dappertutto, nonostante di notte io dorma senza interruzioni perché il bimbo è un dormiglione. Mi isolo da tutti, ma posto tante belle foto e tante belle cose perché mi vergogno di quello che provo, o non provo, per mio figlio. Ho bisogno che tutti pensino che lo amo alla follia da sempre. Maggiormente, ho bisogno di saperlo io. Perché io non lo so, se la mia voglia di staccare sia lecita. Se la mia voglia di tornare indietro possa coesistere con l’amore materno di cui tutte parlano. Cerco su Google come si ama un figlio. All’improvviso, non lo sa più nessuno. Perdo tutti, perdo tutto, e mi sembra una tragedia, finché non mi rendo conto di aver perso me, totalmente. Mi rendo conto che tutto il tempo passato a cercare di sembrare normale, mi stava mangiando dentro. Inizio a chiedere aiuto, ma mi sento giudicata, masticata e risputata al mondo. Mi chiudo sempre di più, mando tanto, troppo spesso mio figlio dai nonni, lontano da me, dove non posso guardarlo senza volermi suicidare per il senso di colpa. Ma mi manca. Mi manca da morire. Lui non parla ancora bene quando me lo riprendo e in un pianto disperato, quasi urlato, lo stringo a me più forte che posso, e gli dico che la sua mamma ce la farà. Sarebbe cool dire che ce l’ho fatta tutta da sola, ma non è così. Sarà poco femminista, ma senza l’uomo che mi ha raccolta da un angolo come un gattino, io, forse, mi sarei davvero tolta la vita, a quel punto. Mi ha presa, mi ha lasciata parlare, senza nessun filtro, di tutto, e non ha battuto ciglio. Non ha detto nulla. Non una parola. Ed era questo, di cui avevo bisogno. Dire “io me la sto facendo sotto e non so minimamente cosa sto facendo” senza paura di ricevere occhiatacce, giudizi, o consigli fuori luogo. Tirare fuori tutta la bile che mi stava consumando, sapendo che non me l’avrebbero rigettata addosso. Io, mio figlio, l’ho sempre, sempre, sempre amato. Non un solo secondo non è stato così. Avevo solo bisogno di ritrovare il mio diritto di piangere, essere stanca, e non sapere bene cosa fare. Grazie, meraviglioso amore mio, per questa rinascita. Per questa leggerezza. Per questa vita che mi hai ridato. E grazie, bambino mio, per non avermi mai lasciato la manina, nemmeno quando mi giravo dall’altra parte.

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